Vietato ai dementi

January 24, 2009 at 3:35 pm Leave a comment

The Sakura Review

V.M. 18 è stato pubblicato da Fazi nel 2007.

Chiariamo subito qual è il difetto più insopportabile di questo romanzo: la distrattezza di Isabella Santacroce e Fazi Editore. La scrittura della pluriminacciata e denigrata scrittrice è bellissima, spesso fortemente evocativa, piena di richiami e citazioni (implicite ed esplicite), pervasa di decadenza e folle esaltazione. Le tecniche narrative utilizzate sono molte e magari vi accennerò più tardi. Le 491 pagine di lucida pazzia omicida sembrano buttate lì tutte d’un getto, una dopo l’altra… e non essere più state revisionate. La Santacroce si distrae: usa la parola strobilio per indicare una pigna, ma solo la prima volta (di 5 totali) non si confonde chiamandola strabilio. La “confessione delle quattordici virgola cinquanta” diventa, nel titolo del paragrafo successivo, quella “delle quattordici virgola venti”, mentre il livor mortis viene in un punto scambiato con il rigor mortis. Probabilmente complice di questo ricorrente difetto è anche un word processor un po’ paranoico, che potrebbe aver suggerito iniziazione per iniezione… ma se l’autrice e – peggio ancora? – l’editore non revisionano lo scritto prima di pubblicarlo stiamo freschi. E proprio questa negligenza da parte di Fazi fa sorgere il sospetto che nelle prossime edizioni nulla verrà corretto: il che non gioverà certo al consolidarsi del valore del libro.

Valore indiscutibile: se in alcuni punti il folle rincorrersi di perversioni e delitti può far pensare “ma che cazzo sto leggendo”, la costanza nel cercare dietro le semplici gesta della protagonista Desdemona – efferata quattordicenne avversa alla rettitudine e alla bruttezza (gli «estetici stupri») – rivela una profonda fermezza da parte della Santacroce nel voler disegnare, tramite delittuose iperboli, i contorni di una rivolta contro la falsa moralità che pervade la società. Desdemona, aiutata dalle discepole Cassandra e Animone, prova un intenso, sadico piacere (il cui epicentro è spesso tra le gambe) nel corrompere gli altri. Ma chi sono le persone che corrompe? Si tratta di personaggi che ostentano rettitudine, celando le più profonde perversioni dietro una facciata di falsa moralità; persone, in pratica, tra le più facilmente corruttibili. Come ad esempio Laodamia, che avrebbe voluto diventare monaca, trasformata dalle tre Spietate Ninfette in fanciulla «porcina», assidua frequentatrice delle loro sadiche e sanguinose orge, assuefatta alle allucinazioni provocate dall’Acido Viperinico Liquido, potente droga che le ragazze si iniettano negli occhi.

Tutto ciò che è istinto, nell’universo di V.M. 18, è lecito; l’uomo è nato cacciatore e deve cacciare, e se questa esagerazione può rendere legittima – nella finzione del romanzo – una efferatezza senza pari, un sadismo finemente ordito che sfocia in delitti inconcepibili e a volte psicologicamente insopportabili per il lettore, riesce d’altro canto a squarciare quella morale della condanna, quel patologico cercare la stigmatizzazione degli istinti e dei desideri, senza interrogarsi, senza farsi domande, senza conoscere, solo per trincerarsi dietro la propria rettitudine.

Quello che più inquieta, nella storia di Desdemona, è la sua assoluta lucidità nell’esprimere idee di rivalsa sul senso comune, motivate da citazioni improbabili per una quattordicenne e da una filosofia precisa, ribadita a più riprese, che ha come punto di riferimento il divino. Un divino che non redarguisce, ma chiede di essere imitato: una condanna del timor di Dio, un divino che è solo ostentazione di bellezza, null’altro, e che non disprezza il Male, in quanto necessario alla definizione del Bene. Questo dualismo bene/male (o meglio, rettitudine/soddisfazione dei propri istinti) si annienta automaticamente, rendendo complementari, come in alcune filosofie, due aspetti tradizionalmente separati del reale. Tutto questo pensiero porta la protagonista a compiere i delitti di cui prima: restiamo spesso scioccati dall’assenza di motivazioni traumatiche, di psicologie contorte, dalla limpidezza con cui questa fanciulla persegue i suoi obiettivi tenendo in suo potere l’intero collegio. Solo nell’ultima parte ci viene dato un indizio, ma non serve a dare una giustificazione alle azioni della ninfetta, non serve a trasformarla in una pazza da compatire; semplicemente, l’«infinito divorzio» dei suoi genitori ci fa intuire come la sua filosofia sia probabilmente derivata dall’osservazione del reale, del comportamento altrui, e dal disprezzo che ne deriva.

V.M. 18 è un’opera fortemente estetizzante: vocabolario e sintassi sono aulici e ricercati, insistente è il capovolgimento dell’ordine nome-aggettivo e numerose sono le sostituzioni di parole abusate con espressioni equivalenti (il cuore viene spesso chiamato cardiaco muscolo, il sangue ematico liquido). Solo le orge proliferano di scurrilità. Come se ogni cosa si dovesse chiamare con il proprio nome: non una vagina, termine piuttosto clinico, ma una fichetta; non penetrare, ma fottere; non un pene, ma un cazzo o, più spesso, una verga. La perversione, il desiderio, la finalità puramente ricreativa (e, nell’ottica di Desdemona, spesso salvifica) di quegli atti devono trasparire dal lessico utilizzato.

Per definire in modo chiaro questo nuovo decadentismo intriso di riferimenti colti (i più lampanti e noti De Sade, Carroll e Baudelaire – di quest’ultimo vengono rivisitati tre componimenti che Desdemona chiama Poesie Ematiche e scrive su fogli imbrattati di sangue), la Santacroce usa una tecnica notevole, quella di copiare e incollare ogni volta le descrizioni dei luoghi e delle persone. La «Credente-Laodamia», ad esempio, non è mai semplicemente Laodamia, ma Laodamia «dal seno imponente, che tentava di celare tenendo la schiena ricurva». Ogni volta che lo spazio del collegio viene attraversato non ci viene semplicemente comunicata l’azione di attraversarlo: rileggiamo la descrizione del corridoio, della scala, dello «smisurato orologio nero lucente dalla sferica forma (che dal soffitto pendeva come un grosso cranio di un oriundo dell’Africa)». Riusciamo così a tenere sempre in mente minuscoli dettagli che contribuiscono a creare un’atmosfera decadente e personaggi fortemente caratterizzati da un punto di vista estetico. Molte le enumerazioni, specie nell’elencare le varie fasi di un delitto (di cui nulla ci viene risparmiato, dalla premeditazione all’azione) o di qualche pratica sadica, come le sevizie inflitte ai due stupidissimi ma dotati diciottenni Creonte e Minosse. (A proposito dei due diciottenni, che non faranno una fine molto virile, non risulta ben chiara la concezione utilitaristica del maschio, che Desdemona esprime sotto forma di disprezzo in un paio di punti.)

L’ambientazione temporale non è ben precisata e forse è così che è stata pensata: si pensa da subito all’epoca contemporanea, data la presenza di un fallo in lattice fucsia, ma il collegio sembra un luogo d’altri tempi e i genitori delle educande vi arrivano in carrozze trainate da cavalli.

L’impianto mitologico e tragico del romanzo, annunciato dai nomi greci, viene a galla nel finale, con la citazione del Tieste di Seneca in un delitto chiamato, appunto, il Senecano Assassinio, e la visione delle tre Erinni associate alle tre Ninfette. Tutto ciò fa di V.M. 18 un’opera colta e ponderata. Tuttavia, non sono del tutto assenti i momenti di noia, alcune eccessive prolissità o alcuni momenti di stallo, per fortuna non troppo lunghi, ma che ci avrebbero probabilmente risparmiato qualcuna tra le 491 crudelissime e spietate pagine di questo romanzo purtroppo – e non lo dico tanto per lodarne l’autrice quanto per esecrarne i detrattori – troppe volte incompreso.

Immagine di V.M. 18

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X Factor Italia – Edizione 2009 – Prima puntata

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