Patriarcato ≡ imperialismo?

November 5, 2008 at 4:35 pm Leave a comment

The Sakura Review

L’uomo che volle farsi re, di Rudylad Kipling, e La dea bianca, di Robert Graves, sono i testi da cui parte Giovanni Potente per il suo seminario Patriarcato e imperialismo, tenuto nell’ambito delle numerose “lezioni alternative” organizzate dai comitati di lotta delle varie Facoltà dell’Università della Calabria. La lezione, per sua natura, e proprio perché unica, dà una visione d’insieme – non solo storica – dell’argomento, che non manca però di centrare alcuni bersagli.

Vi sono delle maschere eterne dietro le quali il potere imperiale sempre cerca legittimazione: e generalmente la trova nel passato, nella discendenza, come accade in Kipling, con la figura di Alessandro Magno che aiuterà il protagonista, suo presunto discendente, a diventare re. I più grandi imperi moderni hanno sempre trovato legittimazione nell’essere eredi di altri gloriosi usurpatori. Perché tali sono: anche se nei libri di storia Cesare era un conquistatore, noi sappiamo che era un assassino – uccise, per esempio, un numero inimmaginabile di Galli.

Nel suo Cuore di tenebra, Conrad accusa ferocemente l’orrore della civiltà occidentale. L’orrore con il quale si sfruttano impunemente le civiltà che possiedono risorse di cui si vuole usufruire. L’impero si incarna più volte: ma nel senso del male. L’imperialismo non è che un sistema, secondo la teoria di Potente, in cui ci si fa scudo dei valori, li si usa come copertura per la propria patologica sete di spazio personale. È un’impresa individuale, un ordine di cose in cui il pubblico e il privato si confondono, si usano. È questa, fondamentalmente, la patologia che affligge il mondo occidentale. L’imperialismo ha, alla sua base, una malattia profondamente radicata in ognuno di noi. E l’imperialismo equivale, si sovrappone, si sottopone al patriarcato: esso è patriarcato. La diagnosi del dottor Potente è: ansia del possesso. Lo possiamo vedere tutti i giorni quando compriamo cose inutili, quando vogliamo ciò che non ci serve. E c’è dietro a tutto questo una forza erotica, quella forza unica che puntualmente trasformiamo in altro, che usiamo per nutrire la nostra malattia. Che, per citare Conrad, non è una malattia della ragione: “Era lucidissimo; era la sua anima malata”. Siamo quindi lucidissimi: sappiamo come ottenere, come sfruttare, come coprire, come possedere. È l’anima, è il desiderio, il problema. Ogni giorno pretendiamo il nostro spazio nei rapporti interpersonali, nella vita, nelle cose più piccole. Che l’unico rimedio sia lavorare sul nostro egoismo?

L’impero-patriarcato trova legittimazione in una storia brevissima, che risale al massimo al 1500 a. C.: prima abbiamo sessantamila anni di matriarcato. Cosa ha segnato il passaggio da una società che adorava la donna ad una che adora l’uomo e il suo fallo? Le statuette di donne fertili, dai larghi fianchi e i seni prorompenti, testimoniano l’importanza della fertilità nelle antiche società che ponevano al centro la figura della donna. Di più: quando queste raffigurazioni perdono il loro carattere procreativo per trovarsi dimagrite, bianche, esse rappresentano palesemente anche la morte. Come? Rappresentare insieme la vita e la morte? Non pare forse improponibile nel nostro caro Occidente imperialista? Sembra quasi che un tempo, prima che il maschio diventasse il centro di ogni cosa, tutto fosse visto come complementare. Questa visione pacifica e armonica dell’esistente è forse la spiegazione della totale assenza di testimonianze di violenza o soprusi? La dea non esclude, ma include; la dea non divide, ma accorpa in sé tutti gli aspetti dell’essere. Questo tipo di cultura – che ha ancora delle sacche di resistenza, ad esempio, in India – elabora dei concetti su cui la nostra società sicuramente non pone le sue fondamenta. Il maat (ordine cosmico) egiziano; o il quetzal-co-atl messicano: un malvagio dio barbuto la cui origine è però in tutto ciò (uccelli – quetzal, serpenti – co, acqua – atl, luce, suono…) che si muove ad onde quindi, sorprendentemente, in un concetto che potremmo definire energia primaria di tutte le cose. Lo shalom ebraico che già, pur esulando in parte dalle culture matriarcali, non indicava la pace ma, anche qui, l’ordine cosmico. Il tao, la “strada” cinese sulla quale yin e yang – maschile e femminile – devono camminare insieme, interagendo. Lo rta indiano, remotissima radice di una parola moderna: ritmo.

Il pensiero antico non era insomma dualistico come il nostro, ma dinamico. Ne deriva un modo totalmente diverso di vedere il mondo, sottoposto a cancellazione da una popolazione patriarcale che aveva addomesticato il cavallo e padroneggiava il bronzo: gli indoeuropei, la cui lingua ha creato nel tempo la famiglia linguistica forse più numerosa, imponendosi – si pensa – grazie alla sua supremazia da un punto di vista militare. Sarà a loro che risale il germe della nostra malattia? Il culto pacifico delle dee madri è svanito per colpa del bronzo e delle armi. È davvero sul nostro egoismo che dovremmo lavorare, anzitutto individualmente? Sulla nostra visione del mondo, sulla nostra ansia del possesso? Sui contrasti che vediamo tra le cose e i loro opposti? Dovremmo unire ogni cosa al suo opposto e imparare a vederne le sfumature? Forse, per la civiltà occidentale, ci vorrebbe un bravo psicanalista. Che della dottrina di Freud, possibilmente, abbia corretto le tendenze fallocratiche…

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Prenderli a sassate potrebbe essere nostro diritto X Factor Italia – Edizione 2009 – Prima puntata

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